PRIMI MILANESI, per nascita o per vocazione

[Giorgio Fumagalli]



I primi milanesi

 

Nel nuovo allestimento del Museo della Preistoria e della Protostoria del Castello, salta subito all'occhio un particolare che lascia perplessi: nessun reperto d'età celtica è relativo all'area dove oggi si trova Milano. Questa esposizione fornisce lo spunto per la paradossale tesi, secondo la quale Milano celtica non sarebbe mai esistita, oppure sarebbe stata ubicata altrove.

In effetti, i Celti hanno lasciato poche tracce materiali a Milano. La loro scarsa propensione all'uso della scrittura e all'attuazione d'opere maestose è la causa principale; inoltre, la modesta disponibilità di materiali da costruzione ha spesso richiesto il reimpiego di quanto realizzato in precedenza e ne ha comportato la sua perdita. A tutto ciò, va aggiunto il triste primato di saccheggi e distruzioni, delle quali la città è stata vittima.

Dal momento che l'archeologia monumentale è di poco aiuto, per sapere qualcosa di più, si può cercare nuovi elementi nei reperti minori, nella storia e nelle leggende, nei toponimi e nelle tradizioni locali. Fortunatamente, non è necessario andare a fare ricerche tra le rovine, se vogliamo scoprire la più grande e duratura realizzazione dei Celti a Milano: un particolare stile di vita. Esso costituisce il vero monumento, che contraddistingue ed onora la nostra città. Non è facile definirlo in poche parole, ma sarà evidente già osservando il comportamento dei primi milanesi.

Nei nostri concittadini ravviseremo la cultura dell'ospitalità, che nasce assieme al concetto dell'amor di patria (solitamente ritenuti antitetici).

Essi hanno saputo accogliere le novità con entusiasmo, ma sempre nel rispetto della tradizione. Verremo a conoscenza della loro fedeltà agli impegni presi; scopriremo un orgoglioso attaccamento al lavoro (incluso quello mercantile e manuale), nonché una sana attenzione per il risparmio. Esaminando, con la dovuta attenzione, la scarsa documentazione reperibile, è possibile tracciare una sorta d'albo d'onore dei cittadini milanesi. Parleremo di "milanesi per nascita o per vocazione", infatti, molti di loro non nacquero a Milano e tuttavia tanto lustro diedero alla città.

Questa ricerca ha consentito di catalogare più di trenta personaggi, se s'include anche il periodo della romanizzazione, e ha permesso di evidenziare molti tratti comuni, ascrivibili al temperamento dei Celti (quali descritti da Giulio Cesare e san Paolo, che li avevano visti da vicino) e all'ambiente, dove erano vive le loro tradizioni. Per limitarci agli eventi anteriori al 194 a.C., ricorderemo solo sei personaggi: ci fa piacere richiamarli alla memoria, anche perché se lo meritano, in quanto tutti hanno fatto del bene alla nostra città. Essi sono:

- Belloveso, primo fondatore della città,

- Brenno, che ha creato una struttura protourbana,

- Viridomaro, che ha dato la vita per la libertà di Milano,

- Ducario, che ci ha insegnato a lottare contro il male,

- Stazio, che ha dato l'avvio alla vena comica lombarda,

- Amilcare, che ci ha insegnato il valore della concordia.


Belloveso

Racconta Tito Livio nella "Storia di Roma" [Libro V, cap. 34]: "Mentre a Roma regnava Prisco Tarquinio, il supremo potere sui Celti, che rappresentavano un terzo della Gallia, era nelle mani d'Ambigato, uomo assai potente per valore e ricchezza e la Gallia era così ricca di prodotti e d'uomini da sembrare che la numerosa popolazione si potesse a stento dominare. Costui inviò il nipote Belloveso verso l'Italia, alla guida di molti uomini. Giunti ai piedi delle Alpi, i Galli furono trattenuti anche da uno scrupolo religioso, perché fu riferito loro che degli stranieri, in cerca di terre, erano in difficoltà. Erano Greci, venuti per mare da Focea. I Galli, ritennero tale circostanza come un presagio del loro destino e li aiutarono a fortificare il primo luogo che essi avevano occupato al loro sbarco. Poi, varcarono le Alpi e sconfitti in battaglia i Tusci non lungi dal Ticino, avendo sentito dire che quello in cui si erano fermati si chiamava territorio degli Insubri, lo stesso nome che aveva un cantone degli Edui, accogliendo l'augurio del luogo, vi fondarono una città, che chiamarono Mediolano".

Si noti che da secoli, nell'Italia nord-occidentale, si era stabilita una presenza celtica, che è documentata dai reperti archeologici della "Cultura di Golasecca", ma i Celti, che già si trovavano presso le rive del Seveso, si mostrarono molto ben disposti verso i nuovi venuti e, nonostante abitassero la regione da secoli, consentirono loro di fondare addirittura una "capitale". Questo sentimento, quasi religioso, d'ospitalità verso i migranti era lo stesso che in precedenza aveva ispirato Belloveso, nei confronti dei Focesi.

E non finisce qui: poco tempo dopo, sotto la guida d'Etitovio, altri Celti varcarono le Alpi, sulle orme dei precedenti popoli. Belloveso diede loro il benvenuto e li aiutò a stanziarsi nelle terre, dove ora sorgono Brescia e Verona.

Ci piace porre l'accento su questo spirito d'accoglienza, che caratterizza la fondazione di Milano ed è soprattutto sotto questo aspetto, che vogliamo ricordare Belloveso come il primo dei milanesi.


Brenno

I classici, per la verità, non ci dicono che Brenno è passato per Milano, ma la tradizione ricorda Brenno come un fondatore della città, che avrebbe chiamato "Alba". La prima citazione scritta è di Paolo Diacono, lo storico dei Longobardi. Vogliamo prestargli fede, anche perché una serie di toponimi poco a nord di Milano sembra ricordare il nome di "Brenno" e di "Alba" e quindi confermare la sua presenza in Lombardia. Inoltre, è certo che ai suoi tempi vi fu una consistente ridistribuzione della popolazione (verso la pianura, a scapito della montagna). Inoltre, Brenno aveva tutte le carte in regola per riorganizzare i centri abitati: era una persona con specifiche competenze e aveva visto com'erano strutturate le città etrusche e Roma.

Da un attento esame delle fonti storiche, Brenno risulta una figura ben più complessa di quanto non emerga dai fatti più noti. C'è un episodio sintomatico: secondo Tito Livio, la presa di Roma, ai tempi di Brenno, fu conseguenza del mancato rispetto del diritto delle genti, da parte di un romano, Fabio, il quale, nel corso delle trattative, aveva ucciso un regolo dei Galli. Essi decisero di "chiedere la consegna di Fabio, poiché avrebbe violato il diritto delle genti. Quando i legati dei Galli ebbero esposto il loro mandato, i senatori si trovarono nella necessità di riprovare l'arbitrio di Fabio e di riconoscere giuste le richieste dei barbari." Ciò nonostante, la consegna non avvenne e gli eventi precipitarono, come ben sappiamo.

All'inizio del quarto secolo a.C., i Galli scesi in Italia sotto la guida di Brenno, sconfissero i Romani presso il fiume Allia, invasero Roma salendo fino sul Campidoglio e si ritirarono solo dopo aver ottenuto un riscatto. Brenno è un uomo deciso, ma corretto; non fa saccheggi o razzie, ma tratta il riscatto e pesa l'oro.

Ci piace immaginare Brenno anche in una veste più pacifica, quella dell'uomo politico, impegnato a dare un nuovo assetto agli insediamenti celtici, costituiti solitamente da due distinte entità: un centro abitato e un santuario in un vicino bosco.

Le sacre radure dei Celti, non erano certamente delle città (anche perché si trovavano nei boschi!), ma svolgevano alcune funzioni tipiche di un sito urbano: in particolare, quelle religiose, commerciali, militari, amministrative e giudiziarie. Questo è il più accreditato modello, relativo allo sviluppo di Milano: più tardi la città si ampliò, includendo sia la zona santuario, sia quell'abitata.



Viridomaro

Dopo Brenno, gli storici citano i nomi d'altri Galli, scesi in Italia. Certamente sono passati per Milano, ma non ci sono noti i loro rapporti con la città. Poi, i Romani si fecero sempre più vicini e minacciosi. Le campagne militari dell'anno 223 a.C. si erano concluse in modo infausto, per i Galli. Il console Gaio Flaminio, uno dei più accesi sostenitori della politica espansionistica romana verso il nord, aveva devastato i villaggi nella pianura: tra le vittime insubri (quantomeno quelle che ancora potevano manifestare un sentimento) covava un forte rancore, represso solo per il momento, per l'impossibilità di riprendere le armi. Sappiamo che il console guidò personalmente l'incursione, grazie alla testimonianza di Ducario, del quale torneremo a parlare.

L'anno successivo, i Galli avanzarono con proposte di pace; il senato di Roma era disposto ad accettarle, ma Marco Claudio Marcello, che era il nuovo console in carica, aizzò il popolo alla guerra.

I Galli si rivolsero a Viridomaro, re dei Gesati, una tribù di Celti che viveva presso l'alto corso del Rodano. Sappiamo come fu condotta questa guerra, grazie al racconto di due autori classici: Polibio e Plutarco. Questo ultimo iniziò un vero e proprio culto del console Marcello, al quale dedicò un libro, nella voluminosa opera "Vite parallele".

Ovviamente, per creare un mito, bisogna contrapporgli un altro adeguato eroe: e tale appunto fu Viridomaro. Questi era un uomo molto bello e tale appariva perfino ai più implacabili nemici; era anche un condottiero forte e valoroso, stando a quanto tramandano gli stessi autori classici. Plutarco, storico greco, lo ricorda, col nome di Britomarte; ma le fonti latine (alle quali ci atterremo) lo chiamano Viridomaro. Taluni lo ritennero re degli Insubri, anche se in realtà fu solo un loro alleato, che li guidò in una disperata impresa.

L'esercito romano era guidato da entrambi i consoli: essi, dopo aver attraversato il Po, risalirono l'Adda, fino ad un avamposto dei Galli. Gli Insubri, non potendo rompere l'accerchiamento, tentarono una manovra diversiva e assediarono la piazzaforte di Casteggio, nell'Oltrepò pavese, che da poco era passata sotto la dominazione romana.

Avuta notizia dell'assedio, Marcello lasciò il collega Gneo Cornelio Scipione Calvo e a marce forzate, raggiunse Casteggio, portando i cavalieri e i fanti armati alla leggera. I Galli si buttarono su di lui con estrema violenza, capeggiati dal re Viridomaro: probabilmente Marcello ebbe un momento d'incertezza, se proprio non vogliamo insinuare che tentò la fuga. Ovviamente Plutarco esclude un eventuale tentennamento; la colpa sarebbe stata tutta del cavallo, spaventato dall'aspetto feroce dei nemici:

"Quando già stava per muovere all'attacco, capitò che il cavallo, spaventato dalla baldanza dei nemici, si voltò e portò indietro a forza Marcello, che si fermò un attimo e fece voto a Giove di consacrargli le più belle armi, che avrebbe sottratto agli avversari.

In questo momento il re dei Galli lo vide, e deducendo dalle insegne che fosse il comandante, spronò il suo cavallo andandogli contro, e intanto lo sfidava a gran voce e brandiva la lancia: era un uomo eccezionale tra i Galli per la prestanza fisica e spiccava per la sua armatura d'argento e d'oro, ornata con ricami di tutti i colori e rilucente come un lampo. Nell'osservare la falange nemica, parve a Marcello che quelle fossero le armi più belle e subito pensò di aver promesso queste agli dei; si lanciò quindi contro quell'uomo, gli trapassò la corazza con la lancia, e sfruttando il movimento impetuoso del cavallo, lo buttò a terra ancor vivo, quindi vibrandogli altri due o tre colpi lo uccise.

Marcello conquista così Milano, e qualcuno lo considera il terzo rifondatore di Milano: ci sarebbero anche conferme archeologiche di una sua dedica in un tempio, per ringraziare Giove che l'aveva aiutato nell'impresa.

Ma non si comportò da buon milanese: distrusse, depredò, deportò perfino i bambini; di uno di questi ragazzetti milanesi, parleremo poi.

Possiamo, invece, considerare Viridomaro come autentico milanese, perché si comportò come re degli Insubri. E fu un vero re, anche se la carica non gli conferì potenza o ricchezze. Egli cadde per la patria, nella difesa di Milano. La cittadinanza gli spetterebbe quantomeno alla memoria, perché egli ha fatto il dono più grande a Milano: ha sacrificato la sua vita, nella vana speranza che la città potesse continuare a vivere libera.



Ducario

Ducario è il primo milanese per nascita, del quale conosciamo il nome, ma non c'è neppure una via che lo ricordi. Come già abbiamo visto, nel 223 a.C. i Romani avevano distrutto Milano e il territorio circostante. Particolarmente efferata fu la devastazione della cittadella e dei villaggi che gli stavano attorno. Il console Flaminio diresse personalmente le operazioni e in quella drammatica occasione Ducario ebbe modo di vedere, a viso aperto, il comandante nemico: un volto che non avrebbe mai più dimenticato.

Come lui, tutti i Galli sognavano la riscossa e parve loro giunto il momento opportuno, quando Annibale mosse contro Roma. Una delegazione di Boi e Insubri, che abitavano rispettivamente i territori attorno a Bologna e Milano, varcò le Alpi, per sollecitare il generale cartaginese a scendere nella pianura padana e liberarla dai Romani: alcune città erano già insorte, bisognava far presto.

Conosciamo il nome del principe dei Boi: Màgilo; non è riportato invece quello del capo degli Insubri, ma tutto lascia pensare che si tratti proprio di Ducario, l'unico insubre del quale si parla in seguito. L'attraversamento delle Alpi, da parte dell'esercito d'Annibale, avvenne sotto la guida di questi Galli. Livio non fa nomi, neppure quando racconta la sofferta partecipazione degli Insubri alla battaglia del Ticino e il sanguinoso contributo dei Galli alla vittoria presso la Trebbia.

Solo quando le ostilità riprendono, nella primavera del 217 a.C., è esplicitamente citato il nome di Ducario, l'artefice della vittoria presso il Trasimeno, avvenuta il 24 giugno dello stesso anno. Nella famosa pagina di Tito Livio nella "Storia di Roma" [Libro XXII, cap. 6], il nome dell'eroe è riportato senza altre indicazioni; evidentemente si trattava di una figura ben nota, che non richiedeva presentazioni: "un cavaliere insubre (si chiamava Ducario), riconobbe il console anche al viso, "ecco - gridò ai suoi conterranei - ecco quegli che fece a pezzi le nostre truppe e che ci devastò le campagne e la città!" E, cacciati nel cavallo gli sproni, irruppe entro una foltissima schiera nemica, abbatté lo scudiero che si era gettato contro di lui e con la lancia trafisse il console."

Il coraggio di Ducario, continuerà sempre a trionfare, almeno finché qualcuno saprà credere nella vittoria del bene sul male. Il ricordo di un eroe senza macchia e senza paura, che affronta il nemico, colpevole di tanti misfatti, non può spegnersi. Certamente, la figura di questo cavaliere, deve essere rimasta a lungo nella memoria popolare, anche se presentata in mutate forme: pensiamo all'immagine di S. Giorgio ed alla sua leggenda, che tanto favore ha incontrato a Milano. È l'eterno scontro tra il cavaliere e il drago: fra il bene e il male. Tra i due c'è la lancia, un simbolo caro ai Celti.



Stazio

La storia di Stazio, costituisce il raro caso di un milanese, migrato verso un'altra città; ma è stata proprio l'eccezione, che conferma la regola.

Stazio era semplicemente una delle prede di guerra, trascinate a Roma per rendere più grandioso il trionfo del console Marcello; il corteo stupì tutti, per la corporatura straordinaria dei prigionieri, oltre che per la ricchezza del bottino.

La recondita aspirazione d'ogni romano, che poteva permetterselo, era quella di possedere un giovane schiavo, tanto meglio se si trattava di un ragazzo alto, bello e vigoroso: Stazio aveva tutte le carte in regola e fu acquistato dalla Gens Caecilia. Il suo padrone a Roma lo fece studiare ed egli divenne un commediografo di successo, si guadagnò la libertà e prese il nome di Cecilio, da colui che lo aveva affrancato.

Gli inizi artistici sulla scena non furono facili; quando Stazio fece rappresentare le sue prime commedie, trionfava lo stile comico di Plauto, che era l'idolo del pubblico. Qualche volta gli spettatori non vollero ascoltare fino alla fine le commedie dell'esordiente: altre rappresentazioni furono accolte assai tepidamente; ma la costanza di un grande attore, come Ambivio Turpione, e il calore delle sue interpretazioni, riuscirono a vincere l'indifferenza o l'insofferenza del pubblico. Il suo stile comico era una via di mezzo, tra la colorita vivacità di Plauto e l'aristocratica finezza di Terenzio, il commediografo che in seguito divenne beniamino dei Romani.

Uno storico racconta che Terenzio, allora giovanissimo, aveva proposto la sua prima commedia, per farla rappresentare; ma gli fu richiesta l'approvazione di Cecilio. Il giovane si recò trepidante a casa del vecchio e celebre poeta, che stava cenando: era un momento poco opportuno, comunque egli lesse col cuore in gola, la scena iniziale della sua commedia. Stazio vide in quel meschino, non solo la stoffa di un grande artista, ma anche un fratello spirituale. Anche lui, come Terenzio, era stato schiavo e aveva conosciuto la diffidenza degli inferiori, verso una persona geniale. Lo rincuorò, più o meno con queste parole: "Va bene, va bene, ma perché non ti fermi a mangiare. su su, senza complimenti, dopotutto oramai siamo colleghi."

L'aneddoto tratteggia l'umanità di quest'autore, giunto alla fama dopo tante umiliazioni e sacrifici. Aveva conosciuto la perdita della libertà, non per una sua colpa, ma solo perché aveva avuto la ventura di nascere a Milano, in tempi difficili. Qualcuno ha pensato, che forse da lui ha preso avvio la vena comica lombarda, piena d'umanità e tanto più vicina agli umili che non ai potenti. Questa tradizione comica, sotto diverse forme è proseguita fino ai giorni nostri, conseguendo anche abbondanti consensi, fino alla recente assegnazione di un premio Nobel.



Amilcare

Siamo così giunti alla fine del terzo secolo a.C., ai tempi della seconda Guerra Punica; Annibale, grazie anche all'appoggio dei Galli, aveva tenuto i Romani lontani da Milano per oltre tre lustri. Poi, Scipione portò la guerra in Africa e il generale cartaginese, richiamato in patria, fu sconfitto a Zama: era il 202 a.C.

Cartagine dovette accettare pesanti condizioni di pace. Per il momento, la libertà dei Galli cisalpini era ancora intatta, ma era indebolita soprattutto dalla storica incapacità dei Celti, a darsi una struttura politica unitaria. Ci pensò Amilcare, un generale cartaginese omonimo del padre d'Annibale: forte del suo prestigio personale, raccolse altri Galli, attorno agli Insubri ed occupò militarmente Piacenza. Successivamente, si mise in marcia per Cremona. Grave fu l'allarme tra i Romani, per la sorte di questi loro avamposti sul Po.

Amilcare poteva contare solo sulla sua capacità di tenere aggregati i Galli: impresa oltremodo ardua! Essendo un cartaginese, non era vincolato ad alcuna specifica nazione celtica e per questo motivo fu accolto da tutti, senza riserve. La sua azione fu provvidenziale e riuscì a creare, attorno alla sua persona, la concordia e l'unità d'azione, che permisero ai Galli di resistere alla pressione dei Romani, senza dover ricorrere ad improbabili aiuti esterni. In un primo tempo conseguì buoni risultati, anche grazie alla collaborazione di tre notabili locali. Non conosciamo i loro nomi, ma evidentemente erano i rappresentanti degli Insubri, dei Cenomani e dei Boi, cioè dei popoli che abitavano rispettivamente la parte occidentale della Lombardia, quell'orientale e l'Emilia.

Quando le legioni romane, richiamate con la massima urgenza da Rimini, giunsero in vista di Cremona, scoppiò una cruenta battaglia. In quell'occasione, sia i tre notabili galli, sia lo stesso Amilcare persero la vita. Molti, tra coloro che erano stati alleati degli Insubri, si arresero ai Romani.

Siamo a lui debitori di un messaggio di concordia; purtroppo i nostri antenati non seppero far tesoro di questa virtù: il fronte antiromano si ruppe e gli Insubri si arresero definitivamente ai Romani. Era il 194 a.C.

Iniziò così, il lunghissimo periodo, della "romanizzazione", destinato a durare quasi sei secoli, durante i quali la tradizione celtica si affievolì sempre più, fin quasi a spegnersi. Studiosi moderni, hanno però coniato un termine nuovo, che coglie più specificatamente l'essenza del fenomeno, che hanno denominato: "autoromanizzazione".

Di fatto, questo insieme di trasformazioni non fu il semplice, quanto brutale, risultato di una variazione nello stile di vita, imposto con la forza ad un popolo vinto. Più che all'aggressività dei Romani, questo cambiamento è da ascriversi all'amore per le novità, tipico dei Galli, che portava talvolta all'accettazione indiscriminata dello stile di vita altrui. In particolare, gli Insubri si uniformarono alla diffusione della scrittura, alle costruzioni monumentali e ad una più formale amministrazione della giustizia.

I Romani non mandarono a Milano migliaia di coloni, come avvenne, più tardi, a Como: Milano fu soltanto una colonia fittizia e l'immigrazione fu semplicemente una conseguenza del continuo sviluppo della città, che però rimase etnicamente celtica.

Anche la perdita dell'autonomia avvenne lentamente e per gradi, ma l'episodio decisivo fu proprio la disfatta d'Amilcare. Con lui si spense anche l'ultima speranza di riscossa.



Conclusione

Il mondo dei Celti a Milano non scompare improvvisamente e la tradizione prosegue almeno fino ai tempi d'Ambrogio, quando il millenario mondo dei Celti di Milano fu quasi completamente assorbito dalla cultura latina e dalla religione cattolica.

Quel poco, che si salvò da queste innovazioni, rimase vivo, almeno finché continuarono ad esistere i simboli. Scalzare una religione fondata sul mito, come quella greco-romana, è stato relativamente facile: nel momento in cui crollò il mito e gli idoli furono infranti, la fede perse ogni suo fondamento e non poté più reggersi. Una religione più spirituale, come quella dei Galli, fu in grado di resistere a ben altre avversità, perché legata a simboli, molto radicati tra la popolazione. La lotta contro questi emblemi fu lunga e tenace, talvolta addirittura spropositata.

In questi ultimi anni, va diffondendosi un atteggiamento di riconciliazione, grazie al quale la Chiesa cattolica ha condannato i secolari antagonismi, verso altri culti. Speriamo che una riconsiderazione possa verificarsi anche nei confronti della tradizione celtica.