SIMBOLOGIA CELTICA MILANESE

di Elena Paredi

foto di Preti Gianluca

Per comprendere appieno la simbologia celtica e, in particolare, quella legata alla città di Milano, dovremmo avere un approccio ad essa molto diverso da quello che la società moderna ci impone.
Ciò che per noi oggi è futile, inconsistente e improbabile, per i Celti costituiva la Realtà oggettiva nella quale si identificavano; infatti presso questa popolazione la Realtà era un Insieme inscindibile tra ciò che noi consideriamo tangibile, come lo può essere la Natura, e ciò che definiamo inconsistente, come lo sono le divinità che in questo contesto agivano.
Il simbolo è una immagine astratta, sintetica, di un concetto che vuole rappresentare una realtà diversa altrimenti non esprimibile e incomprensibile servendoci di schemi razionali e verbali.

Fra i numerosissimi simboli ritroviamo il Triskell, le iscrizioni in Leponzio, i motivi decorativi degli Sciamani delle culture definite primitive, ed ancora i tatuaggi tribali, che dovevano incarnare una realtà superiore, una valenza magica e funzionale.
Magica, perché hanno il potere di attirare verso chi li evoca, le forze presenti tanto nel Cosmo quanto nella Natura (vedi gli dei dell’acqua, e delle rocce), funzionale perché tatuati su determinati punti del corpo umano, hanno, si dice, la peculiarità di guarire, un potere taumaturgico.
Ma il simbolo non è da intendersi unicamente quello tracciato su roccia o su legno, può essere anche un profumo,  un’invocazione o un motivo musicale che rievocano una immagine.
Tale potere lo possono avere le arpe, le cornamuse, i tamburi e gli organi delle cattedrali. Questi strumenti hanno il potere suggestivo di comunicare direttamente con il nostro inconscio e la nostra istintività, creando in noi stati d’animo ed emozioni altrimenti non esprimibili.
Si tratta di una forma di comunicazione considerata “irrazionale”, ossia non esprimibile dalla pura logica, dalla parola e dal raziocinio.

Come abbiamo detto, Il simbolo può avere una forma scritta (Leponzio), sonora (cornamusa, arpa, tamburo), immagine grafica (Triskell, spirali, stelle a sei punte) e verbale (pronuncia rituale con cadenza armonica).
Per definire al meglio il concetto da evocare, le forme scritte, verbali e sonore dovevano vestirsi di una forma ben precisa: occorreva innanzitutto avere armonia nella forma, una certa cadenza armonica della parola pronunciata ed una musicalità che lo rendesse comprensibile e che allo stesso tempo comunicasse direttamente con l’inconscio.
Si aveva una sorta di vibrazione, ossia il simbolo emetteva una vibrazione particolare, unica, che altrimenti non avrebbe potuto essere compresa appieno.
Come sappiamo la cassa di risonanza, nella sua forma verbale, nell’Uomo, risiede principalmente nella cassa toracica, dove prendono corpo le vibrazioni emesse dalle corde vocali.
Pronunciare una parola, una frase, in una lingua piuttosto che in un’altra, costituisce un’enorme differenza: il dialetto, o lingua madre, ha in sé il potere di attrarre forze onnipresenti, rievocazioni arcaiche che hanno costituito la Realtà di generazioni di popoli.
Pronunciare un carme (poesia magica), in milanese o brianzolo, piuttosto che in italiano, ha una valenza evocatoria assoluta. L’italiano si è formato dal latino, ed è stato imposto in tempi recenti, mentre le lingue madri, sono state parlate dai nostri avi, dai nostri nonni, e pertanto hanno creato attorno a sé una vibrazione istintiva e familiare che è ancora presente e viva in noi.
Le emozioni che queste parole suscitano nel nostro animo non possiamo vederle, non possiamo toccarle con mano, ma sappiamo che esistono, come esistono le onde radio, come esiste la vibrazione di un suono.
Queste emozioni vengono tramandate tramite la simbologia, ovvero i suoni e le parole che ci pervengono dal passato diventano un unico messaggio inscindibile; ma se assieme a queste parole, o suoni, non viene tramandato anche il significato intrinseco e preniante, viene persa l’efficacia ed il simbolo non è più immediatamente riconoscibile.
È perciò nostro dovere ricercarne l’antico significato, per non perdere un così importante pezzo della nostra cultura.

Secondo quanto affermava Renèe Guénon: “l'errore di fondo di chi pretende di accostarsi ai simboli come a qualsiasi altro ambito d'indagine di tipo scientifico è di non comprendere che i simboli, come i riti, non vanno capiti razionalmente, ma sperimentati e vissuti nell’interiorità di noi stessi.”
Tutte le antiche civiltà si sono servite di un linguaggio simbolico, per spiegare una realtà difficile da tradurre unicamente a parole.
Il simbolo era il mezzo con il quale l’uomo Antico si rapportava alla conoscenza della Natura, del Cosmo e implicitamente di se stesso, un mezzo che gli permetteva di esprimere ad ogni livello, sia esso fisico che metafisico, una Realtà che andava ben oltre il corpo.
Gli Antichi facevano proprio il simbolo, ossia lo vivevano pienamente, perché ne percepivano l’influenza evocativa; costituiva un legame inossidabile fra l’Uomo e le realtà sovrasensibili.
Avevano una conoscenza integrale della Realtà, perché percepivano l’impercettibile, come le vibrazioni magnetiche che ogni essere vivente emana.
La percezione, e l’intuizione erano caratteristiche fondamentali, senza le quali la logica ed il raziocinio scemavano in descrizioni incomprensibili della valenza simbolica.”

Ecco cosa afferma Wirth, a proposito dell’uso della simbologia in campo magico:
«La nostra ambizione è di addestrare il lettore a connettere il suo pensiero non più a parole secondo il metodo scolastico, bensì a figure mute, ad emblemi grafici, a simboli e ideogrammi. Alla meditazione applicata agli elementi di un simbolismo pieno di sapienza si connette una filosofia del silenzio coltivata da tutte le scuole iniziatiche”.
Del resto persino Shakespeare  affermava che “I simboli evocano realtà nascoste, arcane: ognuno ci ricorda che esistono più cose in cielo ed in terra di quante i nostri filosofi possano immaginare”.
I simboli rappresentano dei mezzi utili all’Uomo per riscoprire aspetti perduti, dimenticati, che altrimenti non si potrebbero evocare: il simbolo della Stella a sei punte, rappresenta sì il Sole, ma anche il vissuto di un popolo antico, com’è quello celtico. Un popolo che si è servito di tale rappresentazione per “spiegare” la propria realtà.
Da un punto di vista più pratico, il cervello percepisce il simbolo a livello sensoriale, non razionale, cioè tramite la coscienza viva e immediata.

Dopo aver cercato di inquadrare il significato di “simbolo” presso la popolazione Insubre, che ha vivificato Milano, entriamo nello specifico della simbologia celtica che ritroviamo nella città.
Ovviamente i loro possibili significati che cercheremo di esporre, sono suscettibili di ulteriori e approfonditi studi, dato che gli elementi che ci sono pervenuti  sono incompleti e frammentari e spesso mediati da fonti di culture non affini a quelle celtiche.
È anche vero che una moltitudine di simboli e preziose testimonianze delle popolazioni celtiche nella città di Milano, furono completamente distrutti dai conquistatori romani, forse proprio perché ritenuti vero collante dei fondatori della città, gli Insubri, e più probabilmente Insubri lambriani, da cui pare tragga origine il nome del fiume Lambro.

  

Sotto le fondamenta del Duomo di Milano

In un viaggio immaginario attraverso i secoli, partiamo dall’origine della fondazione della città, premettendo che vi  sono elementi che ci fanno supporre che esistesse, nelle vicinanze, un villaggio antico.

Partendo dal centro storico, e verrebbe da dire “naturale” di Milano, cioè il Duomo, andiamo verso il museo dell’antica cattedrale sottostante (Santa Tecla), dove vi sono alcuni reperti conservati dentro delle vetrine, senza attribuzioni a culture specifiche e senza datazioni precise. Sembrano essere queste, a prima vista, fibule celtiche straordinariamente somiglianti a quelle rinvenute alla Cà Morta presso Como, e fra queste vi è anche una figura antropomorfa raffigurante una divinità celtica importante che parrebbe essere Belenos, il dio Sole.
Ciò potrebbe derivare dal fatto che sotto S.Tecla, vi fu un tempio romano edificato in onore della dea Minerva/Atena, a sua volta costruito sui resti di un tempio pagano, costruito, come asserisce lo stesso G. Cesare, in onore di una divinità che gli Insubri identificavano in Belisama. Forse questa è una delle ragioni per cui uno dei simboli più importanti del Duomo è una figura femminile, situata sulla guglia più alta della cattedrale (la madonnina).
In questo tempio vi erano delle insegne auree dette inamovibili che, all’arrivo dei romani, furono prelevate e nascoste in luogo più sicuro: purtroppo oggi non sappiamo dove esse siano e se esistano ancora.

Triskell a Milano

All’interno del Duomo possiamo notare, non senza fatica, rivolgendo il nostro sguardo verso il soffitto della navata di destra, dei magnifici esempi di triskell, uno dei più antichi simboli celtici.
Il Triskell era un simbolo solare, che si esprimeva nel suo triplice vortice, e che si manifestava sui tre piani dell’esistente: quello Umano, quello Divino e quello della Natura.
Il Triskell era l’incarnazione del legame insolvibile che esisteva fra queste tre differenti realtà.
Rappresenta il numero sacro tre, immagine speculare delle forze universali; rappresenta, inoltre, i cicli della natura, ed esprime la Luce interiore, vera e unica guida spirituale del singolo.

Elena Percivaldi nel suo libro “I Celti una civiltà europea”, alla sezione “I Celti e la natura”, (pagg. 31-35), ci descrive la qualità del rapporto confidenziale che esisteva tra Celti e Natura.
Quella celtica era una civiltà con una religione basata sulla natura e ciò che li distingueva dalle altri genti era la sensibilità con cui guardavano ad essa e la loro ferma convinzione di esserne parte. Non in conflitto, quindi, ma in piena armonia.
“Tutte le manifestazioni della natura, erano vissute dai Celti come una incarnazione di quell’energia assoluta da loro chiamata Oiw (Dio) - che presiede alla creazione e alla distruzione del mondo - in un processo ciclico di nascita e morte che si rinnova ogni momento. Per comprendere appieno il rapporto tra ordine e caos ….. era necessario quindi trovare un punto fermo di osservazione, una sorta di centro di equilibrio, che veniva stabilito in un luogo scelto in base alla posizione geografica, alla presenza di particolari correnti di energia, alla vicinanza di fonti ritenute sacre e all’allineamento con alcuni astri o elementi del territorio considerati significativi. Fu proprio tenendo conto di queste circostanze che la tribù che avrebbe preso il nome di Insubri stabilì il sito esatto dove fondare la città di Milano”.

La quercia: antico simbolo druidico

Uscendo dal Duomo, osservando la facciata principale, troviamo varie formelle: fra queste ve n’è una posta sulla facciata del secondo portale d’ingresso, di sinistra.
Questa, più di altre, è importante perché raffigura una delle piante più sacre dei Druidi: la Quercia dalle cui radici sgorga una sorgente.
Presso i Celti ogni pianta assumeva le qualità di una divinità specifica: la Quercia incarnava il dio Dagda, divinità che presso i romani si identificava con Giove.
Dagda  aveva come qualità la  regalità, il sacerdozio, il potere di giudizio su tutte le altre divinità, sull’equilibrio della Natura e sugli Uomini.
Gli Uomini si rivolgevano ai Druidi (sacerdoti dei Celti) che a loro volta chiedevano consiglio a Dagda; solitamente le loro invocazioni venivano fatte all’ombra di una Quercia.
La Quercia  era associata, secondo la tradizione celtica, all’inizio della stagione primaverile (che va dal 20 marzo al 20 aprile), in quanto simbolo di rinascita, forza e vigore.
Forse non è un caso che entrando in Duomo si abbia la sensazione di essere di fronte ad una antica foresta di querce; infatti i Maestri Comacini che contribuirono alla realizzazione del progetto, all’orientamento e all’edificazione, ben conoscevano il valore che l’antica tradizione celtica attribuiva a tali piante.
La divinità della Quercia, aveva la funzione di fare da tramite tra gli Uomini, la Natura e le forze cosmiche.
Questo accadeva durante la festività celtica dell’Equinozio di Primavera, nella quale gli Uomini si “spogliavano” della loro Personalità per rivestirne una nuova per entrare in perfetta simbiosi con la Natura. Era usanza, infatti, impersonare differenti animali, durante il rito propiziatorio,  per poter meglio comunicare con essa.
In questo periodo gli Uomini cercavano di lasciare da parte i propri pregiudizi, le proprie paure e abitudini personali, per incominciare una nuova Vita.
Sempre la Percivaldi nel suo libro, a pag. 178 (I Celti e le cattedrali gotiche), ci informa su
come vi fu una certa continuità culturale, religiosa ed artistica tra gli Insubri e l’arte gotica nella costruzione delle cattedrali.
L’edificazione delle cattedrali avveniva solitamente in prossimità di luoghi considerati sacri e magici per la presenza nel sottosuolo di particolari vibrazioni energetiche (magnetismo tellurico); altre caratteristiche erano date dall’orientamento versi alcune stelle considerate di particolare interesse, ed ancora in base alla presenza di fonti e corsi d’acqua ritenuti benefici.
La maestosità e la verticalità di alcune cattedrali come Chartres e Milano, aveva come funzione quella di fare da catalizzatore per captare le vibrazioni provenienti dal Cosmo per congiungerle con quelle telluriche. Creavano, in altre parole, una sorta di cassa di risonanza che congiungeva la Terra con il Cielo.

Il più antico simbolo di Milano: la scrofa semilanuta

Il Duomo di Milano è stato edificato su di una chiesa preesistente: una leggenda sostiene che nei sotterranei si nasconda un lago circondato da colonne scolpite con strane e magiche figure, ove sarebbe custodito il simulacro di una Vergine nera che era molto venerata presso le popolazioni celtiche.
Sempre sulla facciata del Duomo possiamo notare varie figure di draghi e serpenti, presenti in Italia soltanto su questa cattedrale.
Ebbene, questi simboleggiano il potere della Madre Terra che i Celti veneravano più di ogni altra, nutrice di tutta la Natura, Uomo compreso.
Queste figure emblematiche rappresentano simbolicamente l’energia che ci trasmette la terra sulla quale viviamo e il potere di trasformazione.
Muovendoci successivamente verso Piazza Mercanti, incontriamo quello che si può  ragionevolmente definire il più antico e venerato simbolo di Milano: la scrofa semilanuta.
Questo simbolo raffigura la scrofa bianca che gli Insubri incontrarono lungo il loro cammino e che li condusse, ci narra una leggenda, attraverso un bosco verso una siepe di Sambuco.
I sacerdoti, ritenuto l’evento un segnale mandatogli dalle divinità, decisero di fermarsi lì ed edificare un villaggio, innalzando una pietra che resero sacra, un menhir, e attorno a questa un recinto ottenuto con il legno del nobile Sambuco, pianta rappresentante la dea Belisama e il dio Belenos.

Milano fu pertanto fondata in un luogo ritenuto sacro per la presenza di uno specchio d’acqua pura; le vie come Pantano e Laghetto ne ricordano la presenza.

El Bissun”: l’antico drago

Un altro simbolo di Milano è quello che troviamo rappresentato sullo stemma visconteo che, pare, fosse un simbolo già esistente in antichità. Questo stemma rappresenta un drago attorcigliato, con in bocca un saraceno.
Una figura simile, in bronzo, lo ritroviamo conservato nella cattedrale di Sant’Ambrogio.
Il “Biscione” comparve nello stemma dei Visconti intorno al 1100, in sostituzione di sette corone d'oro in uno scudo d'argento che era stata l'insegna nobiliare viscontea fino a quel tempo. Dopo una crociata "el  Bissun", in milanese,  si ritrovò in bocca il saraceno a significare la forza mangia-arabi dei conti di Angera, che sarebbero divenuti poi duchi di Milano.

Il Serpente, presso la tradizione celtica, era uno degli attributi del Dio Cernunnos, il dio dalle corna di cervo, che si muove sinuosamente a spirale a rappresentare il ciclo della Vita, il tempo, il cambiamento e la perpetua trasformazione di tutto ciò che vive.
Cernunnos viene solitamente rappresentato, seduto, con in una mano un torques e nell’altra, appunto un serpente, simbolo delle forze della Dea Terra.
Spesso viene accompagnato da tori e cervi, simboli di fertilità e grazia.
È interessante notare come si possa intravedere un parallelismo tra il Biscione di Milano e quello tenuto in mano da Cernunnos.
Cernunnos è il Signore degli animali, il Grande Serpente, e viene a volte insolitamente rappresentato con una testa d’Ariete.
Perché questo simbolo ? perché l’Ariete, ricordiamolo, è il primo segno che apre la stagione primaverile, è quel simbolo che rappresenta più di altri gli Inizi, la rinascita e la trasformazione ed in sostanza il Risveglio di tutte le creature viventi

La pietra degli dei

Proseguendo verso S.Maria al Paradiso, in corso di Porta Vigentina al 14, all’interno della chiesa troviamo incastonata nel pavimento centrale una Pietra forata, con tredici linee incise.

Secondo un’antica leggenda, il 13 marzo dell’anno 52 d.c. San Barnaba predicò il vangelo di Cristo in una radura poco fuori Milano: una località dove era ancora viva la tradizione celtica e nella quale alcuni cittadini si erano riuniti, pare, per una celebrazione attorno a tale pietra. Egli innalzò la croce, sopra una rozza pietra rotonda forata, che ancora è venerata presso tale chiesa.(In origine la pietra si trovava presso la basilica di S.Ambrogio).

Gli studiosi hanno formulato le più svariate ipotesi, legate al significato simbolico del numero tredici, uguale a quello dei raggi incisi sulla pietra, senza tuttavia prendere in considerazione un fattore astronomico di tali incisioni.

Perché proprio 13 ? una possibile spiegazione ci viene fornita dall’Astronomia.
13 tante quante sono le stelle che formano la Costellazione della Vergine, che in quel periodo, il 13 marzo, era ben visibile.
I Celti, come alcuni di noi sanno, erano soliti celebrare la ciclicità della Vita con le festività legate al movimento degli Astri e del Sole stesso.
È il simbolo del “porre la prima pietra” nella edificazione di città e templi.
Ancora una volta si ritorna al simbolo della dea Belisama, colei che assicura la fertilità, l’amorevolezza, e la produttività.

 

 

 


Bibliografia essenziale:

 “Storie”- Posidonio (150-50 a.C.)

“Geographia” - Strabone (64 a.C. 24 d.C.)

“Biblioteca storica” - Diodoro il Siculo (60-20 a.C.)

“De Bello Gallico” - Giulio Cesare (100-44 a.C.)

“Storie” - Polibio (200-118 a.C.)

“Tracce celtiche” - M.F. Barazzi, edizioni Terra di Mezzo

“I Celti e Milano” - M.F. Barazzi, ed. Terra di Mezzo

“Simboli della scienza sacra” - Renè Guenon, Adelphi edizioni

“I Celti una civiltà europea” - Elena Percivaldi, Giunti edizioni

“Letteratura dialettale milanese”, Claudio Beretta, Hoepli edizioni

 

Gran parte dei reperti archeologici del periodo golasecchiano, si possono osservare presso i seguenti musei:

Castello Sforzesco di Milano - Museo Archeologico.

Civiche raccolte archeologiche di Milano

Museo Giovio di Como

Museo Belgioioso di Lecco

Museo archeologico di Crevenna, frazione di Erba (CO).

A cura del gruppo Celtegh Medhelan

Grafica di Gianluca Preti
Testo di Elena Paredi

Gruppo Celtegh Medhelan

http://it.groups.yahoo.com/group/celtegh/