
SIMBOLOGIA CELTICA MILANESE
di Elena Paredi
Per
comprendere appieno la simbologia celtica e, in particolare, quella legata
alla città di Milano, dovremmo avere un approccio ad essa molto diverso da
quello che la società moderna ci impone.
Ciò
che per noi oggi è futile, inconsistente e improbabile, per i Celti costituiva
la Realtà oggettiva nella quale si identificavano; infatti presso questa popolazione
la Realtà era un Insieme inscindibile tra ciò che noi consideriamo tangibile,
come lo può essere la Natura, e ciò che definiamo inconsistente, come lo sono
le divinità che in questo contesto agivano.
Fra
i numerosissimi simboli ritroviamo il Triskell, le iscrizioni in Leponzio,
i motivi decorativi degli Sciamani delle culture definite primitive, ed ancora
i tatuaggi tribali, che dovevano incarnare una realtà superiore, una valenza
magica e funzionale.
Ma
il simbolo non è da intendersi unicamente quello tracciato su roccia o su
legno, può essere anche un profumo, un’invocazione
o un motivo musicale che rievocano una immagine.
Si
tratta di una forma di comunicazione considerata “irrazionale”, ossia non
esprimibile dalla pura logica, dalla parola e dal raziocinio.
Come
abbiamo detto, Il simbolo può avere una forma scritta (Leponzio), sonora (cornamusa,
arpa, tamburo), immagine grafica (Triskell, spirali, stelle a sei punte) e
verbale (pronuncia rituale con cadenza armonica).
Per
definire al meglio il concetto da evocare, le forme scritte, verbali e sonore
dovevano vestirsi di una forma ben precisa: occorreva innanzitutto avere armonia
nella forma, una certa cadenza armonica della parola pronunciata ed una musicalità
che lo rendesse comprensibile e che allo stesso tempo comunicasse direttamente
con l’inconscio.
Si
aveva una sorta di vibrazione, ossia il simbolo emetteva una vibrazione particolare,
unica, che altrimenti non avrebbe potuto essere compresa appieno.
Come
sappiamo la cassa di risonanza, nella sua forma verbale, nell’Uomo, risiede
principalmente nella cassa toracica, dove prendono corpo le vibrazioni emesse
dalle corde vocali.
Pronunciare
una parola, una frase, in una lingua piuttosto che in un’altra, costituisce
un’enorme differenza: il dialetto, o lingua madre, ha in sé il potere di attrarre
forze onnipresenti, rievocazioni arcaiche che hanno costituito la Realtà di
generazioni di popoli.
Pronunciare
un carme (poesia magica), in milanese o brianzolo, piuttosto che in italiano,
ha una valenza evocatoria assoluta. L’italiano si è formato dal latino, ed
è stato imposto in tempi recenti, mentre le lingue madri, sono state parlate
dai nostri avi, dai nostri nonni, e pertanto hanno creato attorno a sé una
vibrazione istintiva e familiare che è ancora presente e viva in noi.
Le
emozioni che queste parole suscitano nel nostro animo non possiamo vederle,
non possiamo toccarle con mano, ma sappiamo che esistono, come esistono le
onde radio, come esiste la vibrazione di un suono.
Queste
emozioni vengono tramandate tramite la simbologia, ovvero i suoni e le parole
che ci pervengono dal passato diventano un unico messaggio inscindibile; ma
se assieme a queste parole, o suoni, non viene tramandato anche il significato
intrinseco e preniante, viene persa l’efficacia ed il simbolo non è più immediatamente
riconoscibile.
È
perciò nostro dovere ricercarne l’antico significato, per non perdere un così
importante pezzo della nostra cultura.
Secondo
quanto affermava Renèe Guénon: “l'errore di fondo di chi pretende di accostarsi
ai simboli come a qualsiasi altro ambito d'indagine di tipo scientifico è
di non comprendere che i simboli, come i riti, non vanno capiti razionalmente,
ma sperimentati e vissuti nell’interiorità di noi stessi.”
Tutte
le antiche civiltà si sono servite di un linguaggio simbolico, per spiegare
una realtà difficile da tradurre unicamente a parole.
Il
simbolo era il mezzo con il quale l’uomo Antico si rapportava alla conoscenza
della Natura, del Cosmo e implicitamente di se stesso, un mezzo che gli permetteva
di esprimere ad ogni livello, sia esso fisico che metafisico, una Realtà che
andava ben oltre il corpo.
Gli
Antichi facevano proprio il simbolo, ossia lo vivevano pienamente, perché
ne percepivano l’influenza evocativa; costituiva un legame inossidabile fra
l’Uomo e le realtà sovrasensibili.
Avevano
una conoscenza integrale della Realtà, perché percepivano l’impercettibile,
come le vibrazioni magnetiche che ogni essere vivente emana.
La
percezione, e l’intuizione erano caratteristiche fondamentali, senza le quali
la logica ed il raziocinio scemavano in descrizioni incomprensibili della
valenza simbolica.”
Ecco
cosa afferma Wirth, a proposito dell’uso della simbologia in campo magico:
«La
nostra ambizione è di addestrare il lettore a connettere il suo pensiero non
più a parole secondo il metodo scolastico, bensì a figure mute, ad emblemi
grafici, a simboli e ideogrammi. Alla meditazione applicata agli elementi
di un simbolismo pieno di sapienza si connette una filosofia del silenzio
coltivata da tutte le scuole iniziatiche”.
Del
resto persino Shakespeare affermava
che “I simboli evocano realtà nascoste, arcane: ognuno ci ricorda che esistono
più cose in cielo ed in terra di quante i nostri filosofi possano immaginare”.
I
simboli rappresentano dei mezzi utili all’Uomo per riscoprire aspetti perduti,
dimenticati, che altrimenti non si potrebbero evocare: il simbolo della Stella
a sei punte, rappresenta sì il Sole, ma anche il vissuto di un popolo antico,
com’è quello celtico. Un popolo che si è servito di tale rappresentazione
per “spiegare” la propria realtà.
Da
un punto di vista più pratico, il cervello percepisce il simbolo a livello
sensoriale, non razionale, cioè tramite la coscienza viva e immediata.
Dopo
aver cercato di inquadrare il significato di “simbolo” presso la popolazione
Insubre, che ha vivificato Milano, entriamo nello specifico della simbologia
celtica che ritroviamo nella città.
Ovviamente
i loro possibili significati che cercheremo di esporre, sono suscettibili
di ulteriori e approfonditi studi, dato che gli elementi che ci sono pervenuti
sono incompleti e frammentari e spesso mediati da fonti di culture
non affini a quelle celtiche.
È
anche vero che una moltitudine di simboli e preziose testimonianze delle popolazioni
celtiche nella città di Milano, furono completamente distrutti dai conquistatori
romani, forse proprio perché ritenuti vero collante dei fondatori della città,
gli Insubri, e più probabilmente Insubri lambriani, da cui pare tragga origine
il nome del fiume Lambro.

In un viaggio
immaginario attraverso i secoli, partiamo dall’origine della fondazione della
città, premettendo che vi sono elementi
che ci fanno supporre che esistesse, nelle vicinanze, un villaggio antico.
Partendo dal
centro storico, e verrebbe da dire “naturale” di Milano, cioè il Duomo, andiamo
verso il museo dell’antica cattedrale sottostante (Santa Tecla), dove
vi sono alcuni reperti conservati dentro delle vetrine, senza attribuzioni
a culture specifiche e senza datazioni precise. Sembrano essere queste, a
prima vista, fibule celtiche straordinariamente somiglianti a quelle rinvenute
alla Cà Morta presso Como, e fra queste vi è anche una figura antropomorfa
raffigurante una divinità celtica importante che parrebbe essere Belenos,
il dio Sole.
Ciò potrebbe
derivare dal fatto che sotto S.Tecla, vi fu un tempio romano edificato in
onore della dea Minerva/Atena, a sua volta costruito sui resti di un tempio
pagano, costruito, come asserisce lo stesso G. Cesare, in onore di una divinità
che gli Insubri identificavano in Belisama. Forse questa è una delle
ragioni per cui uno dei simboli più importanti del Duomo è una figura femminile,
situata sulla guglia più alta della cattedrale (la madonnina).
In questo tempio vi
erano delle insegne auree dette inamovibili che, all’arrivo dei romani, furono
prelevate e nascoste in luogo più sicuro: purtroppo oggi non sappiamo dove
esse siano e se esistano ancora.

All’interno
del Duomo possiamo notare, non senza fatica, rivolgendo il nostro sguardo
verso il soffitto della navata di destra, dei magnifici esempi di triskell,
uno dei più antichi simboli celtici.
Il Triskell era un simbolo
solare, che si esprimeva nel suo triplice vortice, e che si manifestava sui
tre piani dell’esistente: quello Umano, quello Divino e quello della Natura.
Il Triskell era l’incarnazione
del legame insolvibile che esisteva fra queste tre differenti realtà.
Rappresenta il numero sacro
tre, immagine speculare delle forze universali; rappresenta, inoltre, i cicli
della natura, ed esprime la Luce interiore, vera e unica guida spirituale
del singolo.
Elena
Percivaldi nel suo libro “I Celti una civiltà europea”, alla sezione “I Celti
e la natura”, (pagg. 31-35), ci descrive la qualità del rapporto confidenziale
che esisteva tra Celti e Natura.
Quella celtica era una civiltà
con una religione basata sulla natura e ciò che li distingueva dalle altri
genti era la sensibilità con cui guardavano ad essa e la loro ferma convinzione
di esserne parte. Non in conflitto, quindi, ma in piena armonia.
“Tutte le manifestazioni
della natura, erano vissute dai Celti come una incarnazione di quell’energia
assoluta da loro chiamata Oiw (Dio) - che presiede alla creazione e alla distruzione
del mondo - in un processo ciclico di nascita e morte che si rinnova ogni
momento. Per comprendere appieno il rapporto tra ordine e caos ….. era necessario
quindi trovare un punto fermo di osservazione, una sorta di centro di equilibrio,
che veniva stabilito in un luogo scelto in base alla posizione geografica,
alla presenza di particolari correnti di energia, alla vicinanza di fonti
ritenute sacre e all’allineamento con alcuni astri o elementi del territorio
considerati significativi. Fu proprio tenendo conto di queste circostanze
che la tribù che avrebbe preso il nome di Insubri stabilì il sito esatto dove
fondare la città di Milano”.

Uscendo
dal Duomo, osservando la facciata principale, troviamo varie formelle: fra
queste ve n’è una posta sulla facciata del secondo portale d’ingresso, di
sinistra.
Questa,
più di altre, è importante perché raffigura una delle piante più sacre dei
Druidi: la Quercia dalle cui radici sgorga una sorgente.
Presso i Celti ogni
pianta assumeva le qualità di una divinità specifica: la Quercia incarnava
il dio Dagda, divinità che presso i romani si identificava con Giove.
Dagda aveva come qualità la regalità,
il sacerdozio, il potere di giudizio su tutte le altre divinità, sull’equilibrio
della Natura e sugli Uomini.
Gli Uomini si rivolgevano
ai Druidi (sacerdoti dei Celti) che a loro volta chiedevano consiglio a Dagda;
solitamente le loro invocazioni venivano fatte all’ombra di una Quercia.
La Quercia era associata, secondo la tradizione celtica,
all’inizio della stagione primaverile (che va dal 20 marzo al 20 aprile),
in quanto simbolo di rinascita, forza e vigore.
Forse non è un caso che entrando
in Duomo si abbia la sensazione di essere di fronte ad una antica foresta
di querce; infatti i Maestri Comacini che contribuirono alla realizzazione
del progetto, all’orientamento e all’edificazione, ben conoscevano il valore
che l’antica tradizione celtica attribuiva a tali piante.
La divinità della Quercia,
aveva la funzione di fare da tramite tra gli Uomini, la Natura e le forze
cosmiche.
Questo accadeva durante la
festività celtica dell’Equinozio di Primavera, nella quale gli Uomini si “spogliavano”
della loro Personalità per rivestirne una nuova per entrare in perfetta simbiosi
con la Natura. Era usanza, infatti, impersonare differenti animali, durante
il rito propiziatorio, per poter meglio
comunicare con essa.
In questo periodo gli Uomini
cercavano di lasciare da parte i propri pregiudizi, le proprie paure e abitudini
personali, per incominciare una nuova Vita.
Sempre la Percivaldi nel
suo libro, a pag. 178 (I Celti e le cattedrali gotiche), ci informa su
come vi fu una certa continuità
culturale, religiosa ed artistica tra gli Insubri e l’arte gotica nella costruzione
delle cattedrali.
L’edificazione delle cattedrali
avveniva solitamente in prossimità di luoghi considerati sacri e magici per
la presenza nel sottosuolo di particolari vibrazioni energetiche (magnetismo
tellurico); altre caratteristiche erano date dall’orientamento versi alcune
stelle considerate di particolare interesse, ed ancora in base alla presenza
di fonti e corsi d’acqua ritenuti benefici.
La maestosità e la verticalità
di alcune cattedrali come Chartres e Milano, aveva come funzione quella di
fare da catalizzatore per captare le vibrazioni provenienti dal Cosmo per
congiungerle con quelle telluriche. Creavano, in altre parole, una sorta di
cassa di risonanza che congiungeva la Terra con il Cielo.

Il
Duomo di Milano è stato edificato su di una chiesa preesistente: una leggenda
sostiene che nei sotterranei si nasconda un lago circondato da colonne scolpite
con strane e magiche figure, ove sarebbe custodito il simulacro di una Vergine
nera che era molto venerata presso le popolazioni celtiche.
Sempre sulla facciata del
Duomo possiamo notare varie figure di draghi e serpenti, presenti in Italia
soltanto su questa cattedrale.
Ebbene, questi simboleggiano
il potere della Madre Terra che i Celti veneravano più di ogni altra, nutrice
di tutta la Natura, Uomo compreso.
Queste figure emblematiche
rappresentano simbolicamente l’energia che ci trasmette la terra sulla quale
viviamo e il potere di trasformazione.
Muovendoci successivamente
verso Piazza Mercanti, incontriamo quello che si può ragionevolmente definire il più antico e venerato simbolo di Milano:
la scrofa semilanuta.
Questo simbolo raffigura
la scrofa bianca che gli Insubri incontrarono lungo il loro cammino e che
li condusse, ci narra una leggenda, attraverso un bosco verso una siepe di
Sambuco.
I
sacerdoti, ritenuto l’evento un segnale mandatogli dalle divinità, decisero
di fermarsi lì ed edificare un villaggio, innalzando una pietra che resero
sacra, un menhir, e attorno a questa un recinto ottenuto con il legno del
nobile Sambuco, pianta rappresentante la dea Belisama e il dio Belenos.
Milano
fu pertanto fondata in un luogo ritenuto sacro per la presenza di uno specchio
d’acqua pura; le vie come Pantano e Laghetto ne ricordano la presenza.

Un altro simbolo
di Milano è quello che troviamo rappresentato sullo stemma visconteo
che, pare, fosse un simbolo già esistente in antichità. Questo stemma rappresenta
un drago attorcigliato, con in bocca un saraceno.
Una
figura simile, in bronzo, lo ritroviamo conservato nella cattedrale di Sant’Ambrogio.
Il
“Biscione” comparve nello stemma dei Visconti intorno al 1100, in sostituzione
di sette corone d'oro in uno scudo d'argento che era stata l'insegna nobiliare
viscontea fino a quel tempo. Dopo una crociata "el Bissun",
in milanese, si ritrovò in bocca il
saraceno a significare la forza mangia-arabi dei conti di Angera, che sarebbero
divenuti poi duchi di Milano.
Il
Serpente, presso la tradizione celtica, era uno degli attributi del Dio Cernunnos,
il dio dalle corna di cervo, che si muove sinuosamente a spirale a rappresentare
il ciclo della Vita, il tempo, il cambiamento e la perpetua trasformazione
di tutto ciò che vive.
Cernunnos
viene solitamente rappresentato, seduto, con in una mano un torques e nell’altra,
appunto un serpente, simbolo delle forze della Dea Terra.
Spesso
viene accompagnato da tori e cervi, simboli di fertilità e grazia.
È
interessante notare come si possa intravedere un parallelismo tra il Biscione
di Milano e quello tenuto in mano da Cernunnos.
Cernunnos
è il Signore degli animali, il Grande Serpente, e viene a volte insolitamente
rappresentato con una testa d’Ariete.
Perché questo simbolo
? perché l’Ariete, ricordiamolo, è il primo segno che apre la stagione primaverile,
è quel simbolo che rappresenta più di altri gli Inizi, la rinascita e la trasformazione
ed in sostanza il Risveglio di tutte le creature viventi

Proseguendo verso
S.Maria al Paradiso, in corso di Porta Vigentina al 14, all’interno della
chiesa troviamo incastonata nel pavimento centrale una Pietra forata,
con tredici linee incise.
Secondo
un’antica leggenda, il 13 marzo dell’anno 52 d.c. San Barnaba predicò il vangelo
di Cristo in una radura poco fuori Milano: una località dove era ancora viva
la tradizione celtica e nella quale alcuni cittadini si erano riuniti, pare,
per una celebrazione attorno a tale pietra. Egli innalzò la croce, sopra una
rozza pietra rotonda forata, che ancora è venerata presso tale chiesa.(In
origine la pietra si trovava presso la basilica di S.Ambrogio).
Gli
studiosi hanno formulato le più svariate ipotesi, legate al significato simbolico
del numero tredici, uguale a quello dei raggi incisi sulla pietra, senza tuttavia
prendere in considerazione un fattore astronomico di tali incisioni.
Perché
proprio 13 ? una possibile spiegazione ci viene fornita dall’Astronomia.
13
tante quante sono le stelle che formano la Costellazione della Vergine, che
in quel periodo, il 13 marzo, era ben visibile.
I
Celti, come alcuni di noi sanno, erano soliti celebrare la ciclicità della
Vita con le festività legate al movimento degli Astri e del Sole stesso.
È
il simbolo del “porre la prima pietra” nella edificazione di città e templi.
Ancora
una volta si ritorna al simbolo della dea Belisama, colei che assicura la
fertilità, l’amorevolezza, e la produttività.
Bibliografia essenziale:
“Storie”- Posidonio (150-50 a.C.)
“Geographia”
- Strabone (64 a.C. 24 d.C.)
“Biblioteca
storica” - Diodoro il Siculo (60-20 a.C.)
“De
Bello Gallico” - Giulio Cesare (100-44 a.C.)
“Storie”
- Polibio (200-118 a.C.)
“Tracce
celtiche” - M.F. Barazzi, edizioni Terra di Mezzo
“I
Celti e Milano” - M.F. Barazzi, ed. Terra di Mezzo
“Simboli
della scienza sacra” - Renè Guenon, Adelphi edizioni
“I
Celti una civiltà europea” - Elena Percivaldi, Giunti edizioni
“Letteratura
dialettale milanese”, Claudio Beretta, Hoepli edizioni
Gran
parte dei reperti archeologici del periodo golasecchiano, si possono osservare
presso i seguenti musei:
Castello
Sforzesco di Milano - Museo Archeologico.
Civiche
raccolte archeologiche di Milano
Museo
Giovio di Como
Museo
Belgioioso di Lecco
Museo
archeologico di Crevenna, frazione di Erba (CO).
A cura del gruppo
Celtegh Medhelan
Gruppo Celtegh Medhelan
http://it.groups.yahoo.com/group/celtegh/